Miami : il Tropico della BellaVita

Le insegne degli hotel art decò  di Miami Beach strizzano l’occhio, si accendono e spengono continuamente.
Le Ferrari  gialle sono parcheggiate lungo Ocean Drive dai valletti dei ristoranti.
I ragazzi sfrecciano sugli skateboard o al manubrio di biciclette dalle forme sinuose e abbondanti, come le ragazze bionde accompagnate dalle madri, bionde anch’esse, che sognano una carriera di starlette e passeggiano insieme sino a Casa Casuarina  dove viveva Gianni Versace .

I baywatch  controllano le onde dalle cabine colorate, mentre i bodybuilder  fanno a gara di vanità con i ragazzotti del beach volley e gli esibizionisti del jogging che corrono con serpenti intorno al collo.
La musica del Mango’s Tropical Café , come vuole la cantante e proprietaria Gloria Estefan , è altissima, e le cameriere sono “vestite” con costumi tigrati.
Miami Beach è sempre la solita spavalda, anche in questi tempi di crisi.

Le cene e le chiacchiere con gli amici italiani, cubani e americani. Gli sguardi indiscreti e curiosi nelle pieghe trasgressive della città. Il meltin’ pot razziale dove le lingue, le religioni e gli stili di vita si fondono.

E poi i vizi, gli ozi e le passioni di un luogo dell’anima. Destinato a diventare la capitale del futuro, al posto delle metropoli stressanti, fredde e tentacolari come New York e Chicago.

Miami è il Tropico preferito di Carlo Rossella, da anni attento osservatore del Beach.
Nel libro Miami (Mondadori), riunisce in un ritratto d’autore la gloriosa storia cittadina e racconti della moderna ed euforica Ocean drive. Ecco un assaggio …

Quando parto da Miami Beach non ricordo più niente.
Nemmeno il sapore del mojito.
Lascio Ocean drive, l’amatissimo Pelican hotel, svolto a destra, mi dirigo alla McArthur, attraverso la baia, guardo Downtown Miami e i suoi grattacieli, adocchio l’isola di Al Capone .
E poi più nulla. Sobborghi, qualche campo da golf, insegne in inglese e in spagnolo. Percorro la grande, ispanica Miami.
E quando arrivo all’aeroporto sto già in Europa. Ho svuotato la mente di tutto quel che il Beach mi ha dato: colori, profumi, musiche, sapori, emozioni, amicizie, passioni.

Lasciare Miami Beach è come mollare di colpo una donna di cui si è innamorati. Abbandonarla per troppo amore, per infinita gelosia, per paura del turbamento e dell’incanto. Uno sa che non può vivere sempre al Beach. Pochi sono i fortunati che se lo possono permettere. Quando te ne vai, questi privilegiati ti salutano come se andassi all’inferno. Ti compiangono. Ti stringono forte. Comprendono il tuo dolore.

Io non amo l’inverno a Miami Beach. Preferisco l’estate. Durante la stagione fredda vanno tutti lì, dall’America, dall’Europa, dall’Asia, dagli Emirati. A mangiare, bere, spendere, abbronzarsi, riempire le strade di limousine, affollare le discoteche e i ristoranti. Non si trova un posto al Joe’s Stone Crab. C’è la fila da Norman’s . Ci si scanna al Palm. Impossibile rimediare un tavolo a Casa Tua  di Michele Grendene. Davanti al Bed  e al Mint l’esercito dei nottambuli è immenso.

D’estate tutto è soft, accessibile, dolce. Anche il clima. Non è vero che al Beach si crepi di caldo.
Lo dice la propaganda delle località climatiche europee. È falso che la temperatura sia altissima, l’umidità soffocante, l’aria inesistente, l’acqua dell’oceano bollente. Agosto è stupendo, basta non aver paura dei tifoni che possono arrivare, come Andrew.

Gli aerei che decollano da Miami verso l’Europa o New York sorvolano il Beach. Un’isola davanti a Miami (una volta era una penisola) di 140 chilometri quadrati. Un’inezia, contro i 5 mila chilometri quadrati della città.
Da una parte la spiaggia bianca che dà sull’oceano, con la corta strip dei quartieri art déco di South Beach, dall’altra i palazzoni sopra le palme da cocco di North Beach. Dietro la laguna, dove il sole si butta al tramonto, arrossando e inviolando tutto, acqua, alberi, uomini, cani da passeggio e carrelli dei supermercati.

Sarà piccola Miami Beach. Ma quanto c’è in questa ex giungla tropicale fattasi città dagli anni Trenta in poi.
Bei corpi, brutti corpi.
Belle facce, brutte facce.
Abbronzati e pallidi.
Palestrati e flaccidi.
Etero e gay.
Modelli e modelle (la più alta concentrazione del mondo).
Eurotrash o Arabsnob.
Fototeam e Videounits.
Moviecrew e star.
Stilisti e artisti.
Parrucchieri e visagiste.
Playboys e playgirls.
Criminali e social climbers.
Drogati e missionari.
Paparazzi e giornalisti.
Miliardari e homeless.
Ferrari e Lamborghini.
Ristoranti alla moda e infinite steak house.
Caviale e ali di pollo fritte.
Rum e whisky.
Sigari e canne.
Cubani e cubane.
Latinos di ogni tipo.
Neri d’America e dei sobborghi.
Tette e culi: la maggior frequenza dell’universo.
Venticelli e uragani.
Surfers e rollerbladers.
Mambo, flamenco, reggae, jazz, tatuaggi, piercing.
Madonna e Jennifer Lopez.
Versace e Cavalli.
Moda e sesso.
Nike e Tod’s.
Grandi hotel e ostelli trucidi.
Navi da crociera e motoscafi di narcotrafficanti.
Cappuccini e piña colada.
Sacher torte e dulce de leche.
Art déco, German Bauhaus, Dutch Stijl, costruttivismo.
Narcisismi e voyeurismi.
Inglese e spagnolo.
Tedesco e yiddish.
Portoghese e italiano.

Che rude rivelazione è Miami Beach! Tante anime. Nessuna anima. Città americana trapiantata ai tropici.
Nuova Casablanca. United States con la salsa. Paradiso perduto e conquistato. Porta del cielo.

Si bussa per scappare da rivoluzioni, controrivoluzioni, povertà, terrore, miseria. Ma soprattutto per sfuggire alla noia. Miami Beach è una pillola contro la boring life. Provare per credere.

Al Beach uomini e cose si fondono, i mondi si mischiano, le lingue e le abitudini si imbastardiscono, i principi si allentano, le virtù svaniscono, i vizi prendono il sopravvento in questa «Gomorra tropicale» (parole del reverendo Pat Robertson della Moral majority). Nessuno è perfetto da queste parti. Anche Noelle Bush , la figlia del governatore, è stata arrestata per consumo di cocaina.

Tutto si trasforma a Miami. Gli «anglos» diventano latinos. I latinos si tingono di nero. I neri si sbiancano.
Le abitudini e le razze si incastrano. L’uomo e la donna del Beach, anche se non sono nati lì, piano piano diventano un prodotto nuovo, un miracolo moderno. Che cancella il razzismo, un tempo così radicato nel Sud degli Stati Uniti e in Florida. È il miracolo della fusion, il nuovo cosmopolitismo.

A New York la fusion ha una predominante giudaico-europea.
A Los Angeles e a San Francisco una forte componente asiatica.
A Miami l’ingrediente principale è l’ispanicità, con un fortissimo, piccante aroma cubano.

Miami e il Beach non avrebbero queste caratteristiche così tropicali, rilassanti, originali, uniche senza i cubani. Miami è l’Avana degli anni Cinquanta, prima dell’avvento del castrismo.
Miami Beach è la Varadero di allora, con un forte pizzico di Malecón  habanero.
I sogni di quell’Avana sono approdati tutti a Miami.

La metà della popolazione (anche quella del Beach) è cubana. The Miami Herald , il quotidiano locale, pubblica un’edizione in lingua spagnola. Il tono della città è cubano. Il suo calore altrettanto.
I sapori della cucina, dalla zuppa di fagioli ai bocadillos, sono forti. I vizi anche. L’ostentazione della ricchezza pure. E le donne, sempre mezzo vestite, hanno un inimitabile Avana look .

Miami Beach non è una città ma un cuento cubano di Guillermo Cabrera Infante, o un romanzo americano di atmosfera puro Hemingway . Ma accanto ai cubani ci sono gli argentini (ultima ma potente e numerosa immigrazione), i centroamericani di ogni piccola repubblica, gli haitiani, i colombiani, i boliviani. Tutti si sentono a casa o in esilio, a seconda della sorte, delle occasioni, delle mete raggiunte. I ricchi sono qui per godersi la vita e moltiplicare i loro denari.
I poveri, come tutti i poveri del mondo, sono venuti in cerca di benessere.

C’è gente che nel 1961, dopo la revolución castrista, è approdata al Beach con cinque dollari in tasca e ha costruito immense fortune. E senza parlare una parola di inglese. A Miami si parla spagnolo. La lingua ambientale è quella di Cervantes, dall’aeroporto ai ristoranti, ai negozi, alla tv, alla radio. Anche le puttane, i pushers, i poliziotti, i preti, i mendicanti, gli specialisti del Mount Sinai Hospital si esprimono in spagnolo. Si può stare anni a Miami senza mai sentirsi chiamare sir ma solo señor. «Aquí se habla inglés» sta scritto sulle vetrine di molti ristoranti popolari.

In spiaggia i ragazzi e le ragazze ti agganciano in spagnolo. E i turisti italiani col loro spagnolo maccheronico si trovano a loro agio. Più che con l’inglese. Nelle chiese si prega in spagnolo. E su tutta questa hispanidad veglia la Beata Virgen de la Caridad del Cobre , protettrice di Cuba.

da Miami di Carlo Rossella edito da Mondadori





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